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Yogi Milarepa

Yogi Milarepa seduto in una caverna, circondato da demoni colorati

Un giorno, mentre stavo scrollando su Instagram, mi è capitato davanti un post sulla storia di un tibetano che si chiamava Yogi Milarepa(si apre in una nuova scheda)

Sarebbe nato intorno al 1052 in Tibet e sarebbe morto intorno al 1135. Era uno yogi, poeta e maestro spirituale tibetano. Dopo una giovinezza segnata da conflitti familiari e grandi prove, si è rivolto al buddhismo.

È diventato il discepolo di Marpa, con il quale ha seguito un addestramento molto duro, prima di meditare per anni in grotte e luoghi isolati. È considerato uno dei grandi santi e yogi del buddhismo tibetano.

Yogi Milarepa seduto in una caverna, circondato da demoni colorati

Un giorno Milarepa torna nella sua grotta dopo essere andato a cercare della legna. Entrando, scopre che è piena di demoni. Sono dappertutto, piazzati nel suo spazio di meditazione come se fossero a casa loro.

La sua prima reazione è la rabbia. Vuole subito cacciarli e si mette a inseguirli. Più si innervosisce, più lotta contro di loro e più prova a mandarli via, più i demoni sembrano diventare potenti. Non indietreggiano, anzi, sembrano ancora più presenti e ancora più difficili da mandar via.

Milarepa prova allora altri metodi. In alcune versioni del racconto, recita delle formule per farli sparire. Ma non cambia niente. I demoni restano lì, come se si nutrissero di tutta l'energia che lui spreca per combatterli.

Decide allora di parlarci e di insegnargli il buddismo. Gli spiega la compassione, la gentilezza, l'impermanenza e la natura dell'esistenza. Ma anche questo approccio fallisce: i demoni lo ascoltano senza muoversi e nessuno lascia la grotta.

Milarepa capisce allora che sta ancora cercando di mandarli via. Perfino le sue parole più sagge nascondono ancora la volontà di controllare la situazione. Quindi smette di lottare e accetta la possibilità che i demoni restino lì.

Li guarda uno per uno, si inchina davanti a loro e si apre a quello che possono insegnargli. Da quel momento, quasi tutti i demoni spariscono. Ne resta solo uno, il più grande e il più terrificante.

Milarepa allora abbandona ogni resistenza. Si avvicina al demone e gli offre completamente il suo corpo, come per dirgli: «Se vuoi divorarmi, fallo pure.» Mette la testa nella sua bocca.

Allora il demone si inchina e sparisce nello spazio. Milarepa non l'ha sconfitto essendo più violento o più potente di lui. Ha smesso di fornirgli la paura, la rabbia e la resistenza che sembravano renderlo sempre più forte.

Questa storia si può capire come un'immagine delle nostre paure, delle nostre ferite e delle parti di noi stessi che ci rifiutiamo di guardare. Più ci arrabbiamo contro di loro e più cerchiamo di respingerle, più possono prendere spazio.

Accettando di osservarle con lucidità, dolcezza e compassione, possiamo iniziare a capire che cosa stanno cercando di mostrarci. Quello che ci terrorizza perde allora piano piano il suo potere, non perché lo abbiamo distrutto, ma perché abbiamo smesso di nutrirlo.

Ammetto che ho chiesto a ChatGPT di scrivere questa parte basandosi su più fonti e trovo il risultato piuttosto soddisfacente.

Trovo che questa storia sia super interessante, perché per me è una storia che spiega come dobbiamo comportarci quando la gente del fenomeno interagisce con noi.

Bisogna stare al gioco, non lottare, e accettare che provino ad aiutarci. Hanno un comportamento che ricorda un po' quello di uno specchio deformante o dei caricaturisti rispetto alle nostre emozioni e all'immagine che abbiamo di loro. Quindi se li consideriamo come persone orribili, loro stanno al gioco. Ma se li consideriamo per quello che sono davvero, persone buone e rette, allora va tutto per il meglio.

Perché li chiamiamo demoni se sono lì per aiutarci? È quello che spiego nella lezione più importante che mi hanno dato. Non bisogna avere paura di rimettere tutto in discussione, ancora di più quando riguarda il fenomeno (religione, complottismo e psichiatria).

La cosa interessante di questa storia è che è successa circa 900 anni fa, e per di più in Tibet. All'epoca non c'erano né la CIA né la DARPA, non c'era il governo americano, non c'era l'intelligenza artificiale, non c'era il deep state, non c'erano tecnologie segrete, non c'erano psichiatri, ecc.

Eppure, Yogi Milarepa ha vissuto quello che molte persone oggi chiamerebbero «gangstalking» o «schizofrenia».

E ne è uscito bene! E che cosa ha fatto perché andasse meglio? Dal punto di vista di un'altra persona? Niente. NIENTE. E dal suo punto di vista? Ha solo accettato l'esistenza del fenomeno nel profondo di sé e accettato che non erano cattivi, ma buoni e retti, e che stavano cercando di aiutarlo.

Yogi Milarepa, preoccupato, indica l'interno di una grotta vuota mentre due volontari moderni con bracciali « PSICHIATRIA » e « ASSISTENZA SOCIALE » gli parlano in un paesaggio montano tibetano

A volte faccio esperimenti mentali un po' strani, e mi dico, immagina se all'epoca esistessero già i servizi di assistenza sociale oppure gli psichiatri e fossero andati incontro a Yogi Milarepa per venirgli in «aiuto»

Sarebbero probabilmente arrivati davanti alla sua grotta, avrebbero potuto constatare che dentro non c'era proprio niente a parte i resti di un tipo che si sta lasciando andare un po' troppo. E poi? Avrebbero potuto constatare che avevano chiaramente davanti un caso piuttosto pesante di una persona in una situazione deplorevole e molto probabilmente «schizofrenica». Quindi lo avrebbero portato via per farlo aiutare, prendere una terapia con o senza il consenso del signor Milarepa, ed è comprensibile perché con questo genere di individui non si sa mai cosa può succedere.

Yogi Milarepa, più corpulento e pallido, gioca alla console davanti a una televisione con delle cuffie da gamer, mentre i suoi genitori sorridenti lo osservano in una casa tibetana

Dopo di che, tutto sarebbe rientrato nell'ordine! Il signor Milarepa avrebbe ricevuto il sostegno dei suoi cari e avrebbe beneficiato di un percorso con uno psichiatra, sotto forma di una visita di 15 minuti al mese per sapere se sì o no aumentare la dose dell'antipsicotico che gli avrebbe permesso di correggere tutti i traumi e i muri che si era costruito nella testa, in seguito a tutte le esperienze che aveva vissuto e che avevano fatto di lui quello che era. E avrebbe potuto riprendere una vita normale, come la maggior parte delle persone della sua età all'epoca.

È magnifico! Non so se ci rendiamo conto della fortuna e del privilegio che abbiamo nel 2026 ad avere accesso a questa benedizione che è la psichiatria moderna!

Se spingiamo il delirio ancora più in là con gli psichiatri e i servizi sociali che possono viaggiare nel tempo, sono convinto al 1000 % che potremmo addirittura andare a salvare e «aiutare» un sacco di persone molto famose, in particolare alcune che ritroviamo in molti testi religiosi, che anche loro parlavano con gente nelle grotte, che a volte ricevevano una forma di insegnamento, oppure avevano l'impressione di comunicare con gente con il pensiero, avevano l'impressione di avere delle rivelazioni (a volte nei sogni), avevano l'impressione di avere delle visioni, ecc.

A volte mi dico davvero che è uno spreco non aver messo a punto la psichiatria moderna prima!

Tra l'altro non avrebbe avuto molte conseguenze, eh?

Non avremmo proprio più nessuna religione, nessuna chiesa, nessuna moschea, nessun tempio, nessun monumento religioso, ecc. E vivremmo tutti d'amore e d'acqua fresca su tutto il pianeta. È sarcasmo

È per questo che mi dico che dietro tutte le religioni ci sono il fenomeno e la gente del fenomeno, ed è piuttosto evidente che cercano di aiutarci. La mia sensazione è che noi siamo esseri primitivi rispetto a loro, ma nonostante tutto ci vogliono bene e vogliono aiutarci.

Il loro modo di aiutare è un po' spiazzante, ma dall'altro lato ho l'impressione che sia sempre stato così. Quindi è un po' colpa nostra se capiamo male, no? È per questo che bisogna ripartire da zero, ripartire da una base sana, dimenticare i soprannomi che magari gli abbiamo dato in passato, chiamarli semplicemente la gente del fenomeno e smettere di dubitare del fatto che siano buoni e retti (e che abbiano un senso dell'umorismo abbastanza sviluppato).

Tra l'altro a volte mi chiedo anch'io perché sia capitato proprio a me. E non riesco a non ricordarmi che all'epoca, scherzando, continuavo a dire che vivevo come un uomo delle caverne, perché a casa giravo sempre in mutande o in pantaloncini del pigiama dato che lavoro full remote. Dicevo spesso che vivevo nella mia caverna.

In più, diverse volte ho potuto sentire uno o più di loro che dicevano agli altri colleghi una cosa tipo «Ma lui era sempre da solo!» oppure «È troppo simpatico per stare sempre da solo a casa sua così».

Può darsi che, senza farlo apposta, abbia davvero messo insieme le condizioni necessarie perché entrassero in contatto con me.

Pubblicato il 20/09/2026

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